l9) Leopardi. Cantico del gallo silvestre.
La luce e la tenebra sono archetipo e simbolo di Essere e di
Nulla, di vita e di morte, di verit e di menzogna. Svegliatevi
alla verit, uscite dal mondo falso: questo  il canto mattutino
del gallo silvestre. Il giorno - in quanto vero -  paradigma
della vita dell'uomo: all'alba (come nella giovinezza) domina la
speranza che, per, diminuisce a mano a mano che passano le ore e
muore alla sera. Questa  la realt che giorno dopo giorno 
svelata dalla luce del Sole. Accanto ai temi tipici del pensiero
leopardiano, questa Operetta presenta un concetto nuovo che
richiama in qualche modo il pensiero di Schopenhauer: il senso
dell'Universo  dato dal movimento e dalla vita che agisce al suo
interno; un Essere eternamente immobile sarebbe inutile. C' da
sottolineare la forzatura poetica a conclusione dello scritto:
l'Essere, in quanto non generato, non pu finire (l'esistenza,
che mai non  cominciata, non avr mai fine); ma perch non
pensare (immaginare) che un Universo ormai senza vita (perch
tutte le cose che si muovono vengono dal Nulla e prima o poi al
Nulla ritornano) e inutile finalmente dilegui nel Nulla?.
La conclusione poetica contraddice - come osserva lo stesso
Leopardi - la logica filosofica tradizionale, ma apre una
prospettiva filosofica nuova, all'interno della quale  l'uomo che
d un senso all'Universo e, quindi e a maggior ragione, alla sua
propria vita.
G. Leopardi, Cantico del gallo silvestre (l824) (vedi manuale
pagine l48-l49).
Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la
terra, o vogliamo dire mezzo nell'uno e mezzo nella altra. vive un
certo gallo salvatico; il quale sta in sulla terra coi piedi, e
tocca colla cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante,
oltre a varie particolarit che di lui si possono leggere negli
autori predetti, ha uso di ragione; o certo, come un pappagallo, 
stato ammaestrato, non so da chi, a profferir parole a guisa degli
uomini: perocch si  trovato in una cartapecora antica, scritto
in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica; rabbinica,
cabalistica e talmudica, un cantico intitolato, Scir detarnegl
bara letzafra, cio Cantico mattutino del gallo silvestre: il
quale, non senza fatica grande, n senza interrogare pi d'un
rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto e filosofo ebreo, sono
venuto a capo d'intendere, e di ridurre in volgare come qui
appresso si vede. Non ho potuto per ancora ritrarre se questo
Cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le
mattine; o fosse cantato una volta sola e chi l'oda cantare, o chi
l'abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del
gallo, o che il Cantico vi fosse recato da qualche altra. Quanto
si  al volgarizzamento infrascritto; per farlo pi fedele che si
potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi 
paruto di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa
poetica: Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi
dovr essere imputato, essendo conforme a quello del testo
originale: il qual testo corrisponde in questa parte all'uso delle
lingue, e massime dei poeti, d'oriente.
Su, mortali, destatevi. Il d rinasce: torna la verit in sulla
terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la
soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.
Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll'animo tutti i
pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni,
gli studi e i negozi, si propone i diletti e gli affanni che gli
sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in
questo tempo  pi desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua
mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono
soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi  danno.
Il misero non  prima desto, che egli ritorna nelle mani
dell'infelicit sua. Dolcissima cosa  quel sonno, a conciliare il
quale concorse o letizia o speranza. L'una e l'altra insino alla
vigilia del d seguente, conservasi intera e salva; ma in questa;
o manca o declina.
Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla
vita, se sotto l'astro diurno, languendo per la terra in
profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna;
non muggito di buoi per li prati, n strepito di fiere per le
foreste, n canto di uccelli per l'aria, n sussurro d'api o di
farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se
non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna
banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si
troverebbe o copia minore di felicit, o pi di miseria che oggi
non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e
preside della vigilia; nello spazio dei secoli da te distinti e
consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un
solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei
mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse
l'intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria,
di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu li presente o
vedesti la felicit dentro ai confini del mondo? in qual campo
soggiorna, in qual bosco, in qual montagna in qual valle, in qual
paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue
fiamme illustrano e scaldano? Forse i nasconde al tuo cospetto, e
siede nell'imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del
mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che
tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virt
vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante
instancabile, velocemente, d e notte, senza sonno n requie,
corri lo smisurato cammino che ti  prescritto; sei tu beato o
infelice?.
Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verr
tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi
riscoter dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e
insaziabilmente riposerete. Per ora non vi  concessa la morte:
solo di tratto in tratto vi  consentita per qualche spazio di
tempo una somiglianza di quella. Perocch la vita non si potrebbe
conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo
lungo difetto di questo sonno breve e caduco,  male per se
mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa  la vita, che a
portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un
poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di
morte.
Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico
obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perci
dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l'ultima causa
dell'essere non  la felicit, perocch niuna cosa  felice. Vero
 che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna
opera loro, ma da niuna l'ottengono: e in tutta la loro vita,
ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono
veramente per altro; e non si affaticano, se non per giungere a
questo solo intento della natura, che  la morte.
A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il
pi comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro
mente pensieri dilettosi e lieti, ma quasi tutti se ne producono e
formano di presente: perocch gli animi in quell'ora, eziandio
senza materia alcuna speciale e determinata; inclinano sopra tutto
alla giocondit, o sono disposti pi che negli altri tempi alla
pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal
sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta
novamente nell'animo la speranza, quantunque ella in niun modo se
gli convenga. Molti infortuni e travagli propri, molte cause di
timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non
parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del d passato
sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso come effetto di
errori, e d'immaginazioni vane. La sera  comparabile alla
vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia
alla giovanezza: questo per lo pi racconsolato e confidente; la
sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar male. Ma come la
giovent della vita intera, cos quella che i mortali provano in
ciascun giorno,  brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il
d si riduce per loro in et provetta.
Il fior degli anni, se bene  il meglio della vita,  cosa pur
misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in s
piccolo tempo, che quando il vivente a pi segni si avvede della
declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la
perfezione, n potuto sentire e conoscere pienamente le sue
proprie forze, che gi scemano. In qualunque genere di creature
mortali, la massima parte del vivere  un appassire. Tanto in ogni
opera sua la natura  intenta e indirizzata alla morte: poich non
per altra cagione la vecchiezza prevale s manifestamente, e di s
gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell'universo si
affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerit
mirabile. Solo l'universo medesimo apparisce immune dallo scadere
e languire: perocch se nell'autunno e nel verno si dimostra quasi
infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova
ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di
ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure
invecchiano tutto d, e finalmente si estinguono; cos l'universo,
bench nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno
continuamente invecchia. Tempo verr, che esso universo, e la
natura medesima, sar spenta. E nel modo che di grandissimi regni
ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi
in altre et, non resta oggi segno n fama alcuna: parimente del
mondo intero, e delle infinite vicende e calamit delle cose
create, non rimarr pure un vestigio, ma un silenzio nudo e una
quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Cos questo arcano
mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere
dichiarato n inteso, si dileguer e perderassi [Questa 
conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente,
l'esistenza, che mai non  cominciata, non avr mai fine].
 (G: Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l988 5, volume I,
pagine l56-l58).
